Myanmar (Birmania): Pindaya Caves, tra migliaia di statue e sorrisi del Buddha

Prima di tutto vorrei precisare che a Pindaya, nello Stato Shan in Myanmar, non ci sono solo le Pindaya Caves, ovvero le famose grotte contenenti migliaia di statue del Buddha. La parte più bella secondo me sono i suoi dintorni e la strada per arrivarci: dal lago Inle a Pindaya si attraversa infatti una delle maggiori aree agricole della Birmania. Qui ci si trova immersi in un paesaggio dolcissimo fatto di colline e ordinati campi rettangolari, colorato in varie sfumature di verde, marrone e ocra a seconda che vi si coltivino arance, patate, aglio, lenticchie, cavolfiori o verze. Poi incontri la gente comune: contadini in groppa a bufali dalle corna lunate, lavoratori nei campi, venditori accanto ai sacchi di riso ed alle ceste di verdura. Tutti lavorano con calma, ripetendo i gesti di una manualità esperta, solo apparentemente semplice.

 

Around Pindaya_1

 

Ci avviciniamo a un lago, due donne intente a lavare i panni con vigore, altre in lontananza strappano erbe a mano dai campi per ripulire il suolo, due bimbi più grandi e una bambina piccolissima, seduta su una gradinata sulla riva: avrà all’incirca un anno, ma ti guarda alzando la testa seria e sicura, con attenzione e tenerezza. E quella scena mi fa credere a una Birmania ancora autentica, soprattutto nelle zone rurali. È vero che si vede la grande fatica fisica del lavorare in queste condizioni: ma è forse più umano lavorare ancorati a una scrivania, chiusi tra le quattro mura di un ufficio, e passare ore in auto durante i nostri spostamenti quotidiani? Non credo.

 

 

Poi si arriva finalmente alle Pindaya Caves e alla Shwe Oo Min Pagoda, l’unica parte di grotte (sono tre) ad oggi visitabile, in cima a un crinale calcareo. In Oriente la salita deve essere sempre lunga e faticosa: serve per lasciare a valle le passioni, per prepararsi ad incontrare il divino. Oggigiorno, per facilitare l’accesso a tutti, hanno costruito anche un gigantesco ascensore che porta direttamente all’ingresso della caverna. La scala di 200 gradini protetta da una sinuosa tettoia a gradoni, rimane ormai percorsa da pochi audaci, ma a noi piace salire così, scalzi e alla vecchia maniera.

Si entra da una spaccatura nel fianco della montagna, trasformata nel vestibolo del tempio:  piastrelle vivaci, specchietti lucenti e illuminazioni colorate. Appena dentro l’atmosfera cambia, un colpo d’occhio unico, non riesci a posare lo sguardo in qualche punto che non sia affollatissimo di statue di Buddha. Si entra nelle viscere del monte, le grotte hanno soffitti altissimi, l’oscurità nasconde mille sguardi sereni che ti osservano dalle pareti.

 

 

Prima di entrare bisogna essere consapevoli di dove si è: questo è un antichissimo luogo di culto, una meta di pellegrinaggio sacra per tantissimi fedeli buddhisti. All’interno della grotta, infatti, sono presenti oltre 8.000 tra statue e immagini di Buddha. Queste statue sono donazioni dei fedeli, da tutto il mondo, non mancano donazioni provenienti anche dall’Italia, basta fermarsi a leggere le varie incisioni presenti vicino alle statue, spesso è indicato anche la città o il paese di provenienza dei donatori. La grotta è illuminata artificialmente e si rimane davvero impressionati.

Stupa e statue senza un ordine apparente, di cemento, marmo, alabastro, tek, giada, pietra, e ogni altro materiale possibile, in continuo aumento per le donazioni che arrivano da ogni parte del mondo, le più antiche risalenti a diversi secoli fa, moltissime dorate, di piccole dimensioni, di proporzioni gigantesche, in un labirinto di passaggi, stretti scalini e cunicoli in cui addentrarsi con la testa all’insù. Le sculture raffigurano Siddharta in posizione eretta o seduta, ma sempre in meditazione, con gli occhi socchiusi, i lobi delle orecchie allungati ed i capelli raccolti, sormontati dal simbolo dell’illuminazione. Un buddista devoto, se ne ha la possibilità, acquista una statua antica e la lascia come dono in questo santuario rupestre, contribuendo così ad accrescere il patrimonio di arte e di fede che vi è racchiuso.

 

 

I birmani, i monaci, i turisti passeggiano lungo i camminamenti, a piedi nudi su superfici umide, qualcuno si ferma con devozione, altri cercano lo scorcio migliore per un selfie, altri ancora rimangono ad occhi semichiusi davanti a qualche punto particolare, magari proprio di fronte alla statua offerta dalla propria famiglia, ben segnalata nel cartiglio che sta sulla base.

Poi a permeare l’atmosfera di un luogo magico e leggendario, c’è tutto il contorno di storie e leggende. Si dice che, all’interno di una delle grotte, sia presente un tunnel sotterraneo che condurrebbe direttamente all’antica città di Bagan. E la Grotta di Pindaya è legata alla leggenda di un principe che liberò ben sette principesse, imprigionate nella montagna da una enorme creatura mostruosa. Era un ragno gigantesco, un nat malvagio, oggi raffigurato all’ingresso del sito (i bambini ne vanno matti).

Consigli utili per visitare le Pindaya Caves

 

  • Come arrivare: Pindaya è raggiungibile dal lago Inle (circa 2 ore e mezza) quasi esclusivamente con una macchina con autista (15$ a pers.).
  • Ingresso: dovrete pagare la tassa d’ingresso al paese 5000 K, più 300 K per l’uso della macchina fotografica.
  • Umidità: all’interno delle grotte il tasso di umidità è molto alto, le perdite d’acqua rendono i camminamenti molto scivolosi e si deve girare a piedi nudi, quindi occhio agli scivoloni.
  • Idea: Pindaya è una tappa sicuramente molto particolare da fare in Myanmar o come escursione in giornata dal lago Inle oppure, come abbiamo fatto noi, come tappa intermedia nel trasferimento tra il lago Inle e Mandalay.

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